Chiunque volesse suggerire modifiche o apportare ulteriori punti contatti al più presto, allo staff di La Destra, ad Alberto Arrighi, arrighi.alberto@libero.it. Le vostre proposte dovranno pervenire entro sabato 27 ottobre, in modo da recepire nella stesura finale quelle che saranno considerate più coerenti con il messaggio di un partito nuovo, libero, di destra vera.Il Manifesto dei valori - Documento programmatico"C'è sempre un momento nella storia degli uomini in cui la difesa della propria tradizione culturale vuol significare che tutto ciò che è accaduto non è stato vano, che il tormento, la gioia, l'odio, l'amore folle e smisurato per affermare la realtà di una passione continuano a vivere e ad avere un senso."
Facciamo nostre queste parole di Stefano Zecchi perché ben rappresentano il momento in cui ci siamo ri-trovati e ri-conosciuti in un comune sentire che, da embrionale condivisione di sentimenti e sensazioni, ora è innanzitutto un progetto politico.
Se ciò che ci ha unito inizialmente era il primordiale bisogno di difendere una tradizione culturale che sentivamo minacciata da diversi e mortali pericoli ora il nostro scopo più autentico, svincolato dai percorsi passati e dalle storie individuali di ciascuno di noi, è quello di offrire - a chiunque vorrà dedicarvisi - un cammino da percorrere insieme non in difesa di ciò che è stato ieri ma nella volontà di affermare un modello per l'oggi e per il domani. Attualizzando idee, valori, principi, senza negarli. Ritrovando la politica contro l’anti-politica. Convive in noi, non solo perchè ne siamo eredi, un profondo legame con la storia e la tradizione del nostro popolo insieme ad una volontà futurista di modernizzazione e di proiezione dell'Italia a giocare un ruolo da protagonista nello scenario globale. Attualizzare e affermare la nostra Identità politica ed esistenziale; riconciliare politicamente la Tradizione – come forma non statica bensì dinamica, che si sviluppa con il mutare delle civiltà – con la modernità e il presente;
pensare la Tecnica, e le sue enormi seppur non infinite potenzialità, in funzione della Vita e non contro di essa, sviluppando il pensiero critico nelle contraddizioni più profonde del nostro tempo e ponendo sempre al centro l’Uomo, affinché ne sia concretamente dominus e non se ne lasci faustianamente impadronire;
concepire la Libertà innanzitutto come concreto esercizio di Diritti – della persona, delle comunità, dei popoli – in coesistenza delle dimensioni del Sacro e del Bello; le scelte individuali con le politiche per la famiglia come cellula fondamentale del più vasto corpo sociale; la politica per il popolo, con il popolo e non per il potere, identificando i linguaggi e gli strumenti più adatti a ri-costruire un dialogo politico scomparso da decenni; promuovere la libertà e il dialogo tra le religioni senza gettare benzina sul fuoco dello scontro di civiltà, scongiurando il rischio concreto di una perdita dei valori profondi della nostra civiltà – che è romana e cristiana, e affonda le sue radici nel Diritto naturale – in nome di quel relativismo laicista, ultimo ariete del degrado nichilista; pensare uno Stato nuovo, non più astratto contratto tra individui atomizzati ma patto tra le generazioni presenti, quelle passate e quelle a venire, comunione ereditaria tra corpi intermedi, comunità e autonomie locali, sistema delle imprese e persone; uno Stato capace di arginare il potere anonimo e senza volto delle grandi centrali finanziarie e multinazionali, dei poteri sovranazionali privi di legittimazione politica e democratica; uno Stato capace di affermare che la politica – se tale vuole essere – non può ridursi esclusivamente al rango di curatrice fallimentare dell’amministrazione; uno Stato che promuova la cultura della legalità e fornisca ai cittadini una giustizia finalmente rapida ed efficiente; contrastare l’idea materialista che vede il Lavoro esclusivamente in ragione della sua funzione economica, consapevoli che il lavoro è anche e soprattutto creazione, arte, cultura ed è intimamente radicato nei luoghi e nelle comunità locali in cui si esplica; riportare la persona, il lavoratore, al centro dei processi economici e produttivi, consapevoli che il prodotto è comunque e sempre frutto del lavoro umano e non può avere mai la medesima dignità dell’uomo che lo ha lavorato e prodotto, e che per questo vanno incentivati tutti i modelli che tendono a forme di partecipazione del lavoratore al capitale dell’ impresa; fuggire l’idea che la Vita possa ridursi al mercato, nuova forma di idolatria che caratterizza gli adepti di quell’ideologia mercatista che si va diffondendo e che rappresenta la sintesi aberrante dei peggiori presupposti del meccanicismo marxista con il substrato di fondo di certo liberismo materialista;
promuovere fermamente il mondo femminile non solo tramite la legittima affermazione dei diritti delle donne ma soprattutto attraverso un rinnovato apprezzamento di quei valori autenticamente femminili per i quali la donna è intesa quale patrimonio costitutivo e fondante della società nel suo ruolo civile, culturale, istituzionale e di motore propulsivo della famiglia;
vivere l'identità e l’appartenenza nazionale come missione, superando lo sconfittismo e l’idea del declino, nel rispetto delle molteplici identità locali, delle tante piccole patrie che tutte contribuiscono pienamente a definirci, insieme e a fianco del sogno europeo, della naturale ambizione mediterranea e di una vocazione universale che trova le sue fondamenta nella nostra storia più antica;
pensare, di fronte ai fenomeni migratori e alle necessità di sostegno di cui il mondo occidentale si deve fare carico, la costruzione di un modello anti-xenofobo che, lungi dall’essere multiculturalista, rifugga la falsa idea di facili integrazioni estranee alla cultura dei doveri, che sappia scegliere a chi offrire ospitalità per una più facile convivenza di culture e che, nel tempo, senza pretese materialiste, possa arrivare a sviluppare un modello di identità arricchita, sul presupposto dell’esistenza di un dato culturale e antropologico, legato alla terra, alla cultura e alla storia, dal quale non si può prescindere – l’identità – che va affermato non in negazione dell’identità altrui ma come presupposto necessario di relazione e di rispetto dell’altro da noi;
costruire l'agire politico nell'era post-ideologica senza gettare nell'oblio le grandi narrazioni della storia, del pensiero e della civiltà di questo Occidente cristiano che – parafrasando l’allora Cardinale Ratzinger – deve tornare ad amare se stesso.
Questi sono i temi sui quali iniziamo il percorso del Movimento politico “la Destra” - espressione vitale e necessaria di una comunità umana, politica e ideale che i conti col passato li ha fatti tutti e per questo si è lacerata - che nasce per affrontare con rinnovato spirito le sfide dell'oggi e del domani, scegliendo non a caso come proprio emblema una fiaccola, protesa verso l’alto da un braccio giovane, a simboleggiare la continuità di una storia che non si spegne e al contempo l’irrinunciabile aspirazione alla Libertà come dimensione fondamentale dell’agire umano e politico, della persona singolarmente intesa e del nostro popolo rappresentato dai tre colori della bandiera nazionale: quel popolo di cui siamo espressione, primo e principale interlocutore a cui ci rivolgiamo e al quale solo sentiamo intimamente di dover rispondere.
“Non più soltanto andare verso il popolo, ma sentirsi popolo, esprimere direttamente la volontà del popolo"
Giorgio AlmiranteCome è vero che gli elettori chiedono alla Casa delle Libertà compattezza e unità nel mandare a casa il Governo Prodi, è altrettanto vero che chiedono maggiore chiarezza nelle scelte politiche; e in particolare alla destra chiedono di essere più visibile e più influente nell’azione politica.
E, soprattutto, chiedono a chi si dice di destra di essere Destra per davvero, senza se e senza ma, senza sbavature, senza tentennamenti, senza derive laico-centriste, residuo di un “pensiero debole” che ormai da anni alberga tra chi cerca di scardinare gli autentici e vitali punti di riferimento dell’agire, del pensare e del vivere di un mondo intero. Il tutto per preparare elettori e militanti ad una confluenza di voti verso un “partito popolare”, considerato più spendibile. In fondo è una tentazione che parte da lontano e che sempre è albergata in qualcuno da Fiuggi in poi.
Lo diciamo a gran voce: riteniamo del tutto inaccettabile qualsivoglia proposta che preveda lo snaturamento delle forze politiche della destra italiana verso improbabili svolte neo-paleo-centriste. Sono frutto di logiche vecchie, usurate, fuori tempo.
Si è presentata dunque la necessità di correggere i difetti propri di una deriva antipolitica in prospettiva di una autentica rigenerazione politica, culturale ed esistenziale. Si tratta in buona sostanza di portare a compimento un lavoro che si è concretizzato nella formazione di un gruppo umano, determinato ad agire.
Non ci interessa giocare alla ricerca dei “colpevoli” oggi attivi in Alleanza Nazionale, non intendiamo fare processi al passato di Tizio o di Caio, non è nostro costume dividere il mondo in “buoni e cattivi”.
Ciò che davvero ci interessa è non essere complici di errori irreversibili, i cui costi rischiano di essere pagati in termini di disastri politici e, forse, addirittura esistenziali.
E questo non vuole dire essere nostalgici. Tutt’altro.
Il movimento “La Destra” è forza moderna, che non insegue inutili e sterili riproposizioni del passato: perché la tradizione politica della destra - lungi dall’essere immemore - è distante da ogni passatismo e per questo resta naturalmente proiettata verso il futuro. Vogliamo essere fino in fondo partecipi dei processi di cambiamento della nostra terra, siamo pienamente convinti della necessità di unire nel quadro di un virtuoso bipolarismo tutti coloro che intendono impedire che l’anti-politica veltroniana possa continuare e completare l’opera devastante iniziata dall’Ulivo, per questo collaboreremo, ci confronteremo ed eventualmente potremo federarci con chi vorrà insieme a noi riportare il centro-destra alla vittoria senza liquidarsi nell’omologazione del pensiero unico cancellatore delle differenze e nell’omogeneizzazione liberal-centrista.
“Denunciare i nemici mortali che sono dentro di noi: la partitocrazia che genera professionismo politico contro la militanza; la casta contro l’impegno morale; la burocratizzazione; la corte e i cortigiani; la tendenza a ridurre il partito periferico ad una rete di piazzisti del voto, e che conduce ad una selezione verticistica della classe dirigente secondo la fedeltà, non alle linee ideali, ma alle persone che hanno il potere.”
Beppe NiccolaiIl Movimento politico La Destra vuole essere movimento per davvero.
Non solo un nuovo partito ma un “partito nuovo” in tutti i sensi, partendo dall’ intuizione di Beppe Niccolai che individuava nella questione morale il nodo irrisolto di una lotta che ha alterato la libertà del mercato.
La crisi della politica con cui ci stiamo confrontando da anni spesso ha avuto, ed è argomento di questi ultimi mesi, come sintomo più evidente l’incapacità degli attori politici – i partiti - di indicare linee guida e di indirizzo a tutto il corpo sociale.
Non è solo questione di uomini e di organizzazione.
Da un lato assistiamo a una caduta di tensione morale e ideale, all’affermarsi di forme del politico sempre meno influenti e determinanti rispetto alle altre sfere dell’agire umano, ad un vera e propria mutazione antropologica della militanza politica.
Dall’altro lato è proprio la forma partito tradizionale – verticistica e oligarchica ma senza ombra di gerarchie naturali, assemblearista ma priva di partecipazione e democrazia – ad essere degenerata trascinando con sé nel baratro le passioni, gli ideali, lo spirito di servizio volontaristico che storicamente hanno caratterizzato i grandi movimenti popolari. Non vogliamo con questo cedere ad improbabili romanticismi, ma non possiamo altresì non renderci conto di come la stessa legge elettorale oggi in vigore – con il suo nominare, e non eleggere, i parlamentari - non sia altro che il frutto della scarsa considerazione della politica fatta propria dagli attori politici stessi.
La Destra non intende essere l’ennesimo frutto malato della degenerazione partitocratica della politica. Se la democrazia è un valore irrinunciabile in politica, vogliamo che essa trovi applicazione anche e innanzitutto all’interno dei partiti.
Vogliamo sostituire il sudamericano lìderismo dell’uomo solo al comando – generalissimo circondato da colonnelli – con l’idea plurale di leadership non oligarchiche. Vogliamo costruire un movimento in cui non siano commissioni disciplinari interne - sempre controllate dall’alto - a decidere e risolvere le controversie, ma dove esista un Garante degli iscritti e il rispetto dei diritti di costoro trovi piena attuazione in relazione alle leggi e al Codice civile se occorre.
Un movimento pienamente consapevole delle molteplicità e delle differenze esistenti sull’intero territorio nazionale e per questo costruito sulla base di ampie autonomie di natura federale.
Ci batteremo per una legge attuativa dell’Art. 49 della Costituzione che sancisca il riconoscimento giuridico dei partiti e movimenti politici, e sanzioni il mancato rispetto dello Statuto e le violazioni dei diritti degli iscritti.
Questo vogliamo offrire in termini di dibattito a tutti coloro che si sentono motivati ad effettuare una scelta che riteniamo innanzitutto di rivitalizzazione della politica, una scelta per noi necessaria se si vuole ritornare al governo della Nazione con una Destra capace di incidere profondamente nelle scelte politiche fondamentali; per privilegiare il bene del nostro popolo e dell’Italia rispetto ai piccoli compromessi e agli interessi di parte che troppo spesso abbiamo visto prevalere sulle necessità politiche e i bisogni e le aspettative reali del nostro popolo. Per questo sarà costante e permanente il rapporto con le categorie produttive, professionali e sociali, sia con quelle tradizionali e più radicate che con quelle che emergono dai cambiamenti dei quadri legislativi e dagli usi e dai costumi. La Destra vuole guardare al futuro anche nell’ individuazione di categorie nuove di cui intercettare la nascita e difenderne le istanze.
Questo offriamo come base di discussione a chi partecipa all’Assemblea Costituente, a chi sente incolmabile la distanza tra i partiti esistenti e la propria dimensione politica, ma crede sia un dovere tentare fino in fondo di rianimare un mondo addormentato; a coloro che hanno dato vita ad esperienze di liste civiche, di movimenti locali e regionali e vogliono mettere i frutti del proprio lavoro a disposizione dell’intera comunità nazionale lavorando per l’unità delle forze di destra e non per la parcellizzazione di un mondo umano, politico e culturale.
Questo offriamo con forza a tutti quei giovani che sentono il richiamo della militanza politica e non vogliono veder tarpate le ali del proprio impegno, della propria creatività e della propria volontà di costruire il futuro nei meccanismi stritolanti di organizzazioni giovanili burocratizzate nella logica del “partito dei piccoli”, prive di anima e passione, diventate soltanto fucina di un carrierismo della peggior specie. A questi giovani vogliamo offrire l’idea di un grande movimento generazionale di destra con il compito principale di cambiare insieme a noi l’Italia.
Sulla base della adesione a questi principi chiamiamo a raccolta il popolo della Destra per una discussione sui temi concreti della sicurezza, del lavoro e dell’economia, dell’impresa e delle professioni, dell’ agricoltura e dell’artigianato, del sindacato, del terzo settore, della sanità e del welfare, della famiglia, dell’istruzione, dell’Università e della ricerca scientifica, della lotta alla droga, delle politiche sociali e culturali, dell’immigrazione e delle riforme, del governo del territorio, dell’ambiente, dell’autonomia energetica e dei grandi temi della politica nazionale ed europea, a partire dal federalismo e dal Mezzogiorno, al fine di redigere compiutamente – insieme – il programma politico della Destra italiana.
Questo è ciò che proponiamo a chi crede fortemente nella Patria, a chi ritiene che valga ancora la pena spendersi per preservare e difendere l’orgoglio e la dignità del nostro popolo e affermare l’esistenza, l’importanza e la specificità della Civiltà italiana, a fianco delle altre civiltà e culture, nel quadro più vasto della Civiltà europea e della cultura dell’occidente; a chi crede che non debbano esistere pagine cancellate della storia e della memoria del nostro popolo, consapevoli che ogni periodo vada studiato, approfondito, meditato e criticato, ma che è invece un grave errore separare la Storia dalla Politica e optare per forme di giudizio trancianti, finalizzate a scopi immediati e personali di inutili legittimazioni; a chi ritiene del tutto inutile continuare a lacerarsi sul passato, vivere insensate nostalgie dell’ieri e dell’altro ieri, ma da persona del proprio tempo, convinta profondamente che la democrazia sia un sistema irrinunciabile per affermare e tutelare diritti e libertà, vuole concorrere a ridonare i valori fondamentali della Destra politica e culturale all’Italia e al nostro popolo.
Spunti di programma
“Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!... ”
F.T. MarinettiLa Destra per la Vita contro la cultura della morteLa vita è sacraPer La Destra la Vita è Sacra. Senza dubbi né esitazioni. Al centro della nostra proposta politica vi è la Persona, dal concepimento alla morte, con i suoi diritti e la sua dignità. Su questo non possiamo accettare alcun compromesso.
No alle manipolazioni genetiche e alla ricerca sugli embrioni
Per questo motivo ci opponiamo con forza a qualsiasi progetto di legge che vada in senso contrario. Diciamo un secco no a qualsivoglia sperimentazione sugli embrioni.
Per La Destra la ricerca scientifica sull’Uomo merita approvazione ed incoraggiamento quando è in grado di coniugare – come ha detto Papa Benedetto XVI - “felicemente insieme il sapere scientifico, la tecnologia piu' avanzata in ambito biologico e l'etica che postula il rispetto dell'essere umano in ogni stadio della sua esistenza. [...] Di fronte alla diretta soppressione dell'essere non ci possono essere ne' compromessi ne' tergiversazioni; non si puo' pensare che una societa' possa combattere efficacemente il crimine, quando essa stessa legalizza il delitto nell'ambito della vita nascente".
No all’EutanasiaIn merito alla proposta di legge sul cosiddetto testamento biologico e a recenti polemiche in merito a una sentenza di Cassazione, La Destra ribadisce con fermezza la propria contrarietà a ipotesi che aprano la strada all’eutanasia.
La rinuncia all’accanimento terapeutico non può e non deve trasformarsi in abbandono terapeutico tendente a privare il paziente – quand’anche dichiarato in stato irreversibile dei sostegni vitali di alimentazione, idratazione e respirazione.
Anche nel caso siano riscontrabili la volontà attuale o anticipata del malato e quella dei suoi familiari, concordiamo con quanto espresso dal Comitato Nazionale per la Bioetica nel 2003 circa il fatto che tali volontà “non possono avere per oggetto la decisione di togliere la vita al malato stesso”.
Non è una questione di fede, è la ragione stessa a suggerirci questa scelta di civiltà.
Rivedere l’applicazione della 194Lo spirito originario della 194 prevedeva che la tutela della maternità fosse sempre più effettiva, anche attraverso l’opera dei consultori.
Riteniamo necessario che le Regioni si assumano il compito di applicare un nuovo protocollo da usare nei consultori per fare quella reale opera di prevenzione nei confronti delle donne che manca del tutto
Il fine è quello di arrivare ad una corretta applicazione della 194, in relazione agli articoli 2 e 5 che sanciscono il ruolo di prevenzione dei consultori.
A fronte del calo delle nascite dobbiamo registrare come siano oltre quattro milioni e mezzo le interruzioni di gravidanza dal 1978 a oggi a fronte di 15 milioni di bambini nati. Una cifra spaventosa che si raffigura come una vera e propria spada di Damocle sul futuro del nostro popolo.
La Destra per il Popolo contro i poteri forti
“Con Usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,
con Usura
non v'è Chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l'Annunciazione dell'Angelo
con le aureole sbalzate,
con Usura
nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa, ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura, [...]”
Ezra Pound
Proprietà popolare della moneta contro il signoraggio – Conto di cittadinanzaNella passata legislatura – con il Governo Berlusconi - fu necessario inserire nella legge n. 262 del 2005, di riforma del risparmio, disposizioni urgenti riguardanti la Banca d'Italia, con l'obiettivo di sanare le molte storture venutesi a verificare nell'assetto finanziario del Paese a causa della sua principale istituzione monetaria.
Lunghe ombre erano state gettate sulla proprietà della Banca d'Italia, sulla regolarità delle modalità di esercizio delle funzioni di controllo sul sistema bancario e sui meccanismi che regolano le relazioni finanziarie tra lo Stato, la Banca d'Italia stessa, le istituzioni finanziarie private e il pubblico.
Ciò che non si è ancora affrontato è il tema del debito creato in modo immotivato con l'emissione di banconote.
I meccanismi che regolano l'emissione della moneta sono stati oggetto di studi approfonditi – in particolare quelli del professor Giacinto Auriti – che, con fondate argomentazioni, denunciava l'esistenza di un iniquo arricchimento di pochi con i frutti del signoraggio a danno della finanza pubblica.
Il “signoraggio” un tempo consisteva nel profitto che lo Stato ricavava dando alle monete messe in circolazione un valore d'acquisto superiore al valore del metallo in esse contenuto; oggi, poiché le principali monete non contengono metalli preziosi, né sono immediatamente convertibili in essi, né rappresentano un bene depositato che il portatore del biglietto possa reclamare, ma sono solo unità di misura realizzate con carta e inchiostro, il “signoraggio” è rappresentato dalla differenza tra il valore facciale delle cartamoneta e il costo di carta e inchiostro per stampare i biglietti.
Non vi è alcun motivo per cui l'uso delle banconote debba creare debito pubblico: come giustificazione non è possibile nominare la necessità di una riserva, i rischi di inflazione o la convertibilità.
Con il meccanismo attuale dello scambio tra Stato e Banca d'Italia di banconote in euro contro debito di Stato, ad arricchirsi sono in pochi a danno di tutti.
Per modificare tale situazione La Destra propone, con la proposta di legge n. 778 presentata alla Camera dei Deputati, di introdurre, nei meccanismi relativi all'emissione di moneta tra Banca d'Italia e sistema finanziario, un sistema di conti di cittadinanza gestiti senza profitto dalla Banca d'Italia, in cui vanno a versarsi i frutti del “signoraggio”.
Senza interrompere i flussi di credito e di debito che si svolgono tra Stato e Banca d'Italia nelle operazioni di produzione della moneta, l'introduzione dei conti di cittadinanza permette di disinnescare la diatriba sul signoraggio mettendolo nelle mani dei cittadini; inoltre l'esistenza dei conti di cittadinanza potrà permettere la creazione di altri strumenti, come il reddito di cittadinanza.
Nella proposta di legge si prescrive che il conto di cittadinanza sia attivato per il cittadino fin dalla nascita (o dall'acquisto della cittadinanza), ma che il conto non possa essere utilizzato dalla persona fino alla maggiore età, questo per dare garanzia al cittadino minorenne contro comportamenti scorretti e per garantire all'insieme dei conti di cittadinanza una base immobile che dia stabilità al sistema.
Al contempo, la prescrizione che, raggiunta una certa consistenza del valore del conto di cittadinanza, il valore del deposito sia accreditato al cittadino adulto restituisce continuamente al popolo i frutti del signoraggio e dell'esercizio della Banca d'Italia, rifornendo al contempo il sistema bancario di capitali da gestire per conto del cittadino stesso.
Con questo meccanismo la Banca d'Italia e il sistema bancario privato svolgeranno la funzione pubblica della creazione di ricchezza legata all'emissione di denaro a favore degli italiani piuttosto che degli azionisti delle banche, a favore di tutti i cittadini e non soltanto di chi ha fondi da investire in titoli di Stato.
Diritto alla proprietà della casaLa Destra intende affermare in ogni sede il principio secondo cui ogni famiglia ha diritto alla proprietà della propria abitazione, senza sottostare a meccanismi di impoverimento del reddito familiare attraverso la pratica usurante degli affitti.
Per questo motivo intendiamo promuovere in ogni sede proposte di natura legislativa che vadano in tale direzione oltre che contribuire ed appoggiare trasversalmente le campagne politiche già in atto sul “Mutuo Sociale”.
È per noi diritto di tutti i cittadini italiani immaginare il proprio futuro con l’idea di un tetto sopra la testa e con la solidità di quattro mura di proprietàin cui poter far vivere la propria famiglia.
In tale direzione va anche la nostra battaglia per l’abolizione dell’ICI sulla prima casa:la scelta di gravare l’abitazione principale con un'imposta ha creato delle situazioni di disuguaglianza e di ingiustizia. Riteniamo vada prevista la possibilità di istituire delle esenzioni per i redditi più bassi che comunque non possono evitare l'esistenza di una «trappola del benessere», per cui i cittadini meno abbienti della classe media si trovano a pagare la tassa perché il loro reddito si pone oltre il limite dell'esenzione e al contempo la tassa aggrava il loro bilancio familiare fino a trascinarli verso la povertà, costringendoli in ultima analisi a vendere la casa in cui vivono. Questo è il caso di moltissimi pensionati che vivono dignitosamente in case ereditate da tempi più fausti: l'ICI li costringe a vendere la casa, proprio perché per la logica del legislatore il possesso della casa li inserisce tra i benestanti. Un vero esproprio fiscale.
La crescita dei valori catastali, a cui non è seguito un corrispondente aumento delle pensioni, ha reso l'ICI insostenibile per molti pensionati della classe medio-bassa di reddito.
Se il problema della tassazione sulla prima casa e la possibilità di acquistarne una propria sono vere e proprie emergenze per le fasce più deboli della società, ugualmente la logica della «tassa sulla casa perché se hai casa sei ricco» ha reso l'ereditare un immobile una vera maledizione per i ceti medi: ricevere dai genitori la casa in eredità, magari nelle grandi città e per metrature che un tempo erano normali e adesso sono considerate di lusso, mette l'erede nella necessità di vendere l'immobile anche se avrebbe desiderato viverci.
Infine, nell’attesa di riforme serie che vadano nel senso auspicato del diritto alla proprietà dell’abitazione per tutti i cittadini italiani, vogliamo con forza che nell’assegnazione degli alloggi popolari venga utilizzato il criterio della “preferenza nazionale”: di fronte alla piaga dell’emergenza abitativa non possiamo accettare che in nome di altri interessi cittadini italiani che abbisognano una abitazione per spostarsi e lavorare in luoghi diversi da quello d’origine, o che molto più semplicemente hanno una famiglia che deve poterci vivere senza subire i costi – in certi casi insostenibili - di un affitto a prezzo di mercato non siano automaticamente inseriti con diritto di precedenza nelle liste per l’assegnazione.
Acque pubbliche bene primario: il Progetto H2OLa Destra riconosce l’acqua come bene primario della nazione e di prima necessità per il nostro popolo, e in tal senso lo considera di interesse strategico dello Stato.
Per questo motivo – e diversamente da molti altri settori - riteniamo sia doveroso considerare l’acqua, la sua gestione, la sua distribuzione e la vendita al consumatore un “bene pubblico” meritevole della massima tutela da parte dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali.
Gli interessi dei privati in questo settore non possono prevalere rispetto all’interesse generale.
Le politiche di privatizzazione delle acque vanno completamente riviste anche al fine di ritornare a tariffe di vendita che non penalizzino il consumatore e contemporaneamente tutelino questo bene pubblico.
Riconosciamo valenza al Progetto H2O – Acque sociali nato nell’ambito del movimentismo giovanile di Destra.
Le aziende pubbliche che gestiscono e distribuiscono l’acqua devono rimanere o devono nuovamente essere riconvertite in un capitale di azienda totalmente pubblico, senza alcuna infiltrazione di privati. Tutti i cittadini-consumatori saranno a loro volta soci dell’azienda. Il maggiore azionista rimarranno gli enti locali preposti, che dovranno gestire l’azienda nell’interesse comune.
La Destra per la Comunità contro l’individualismo
Tutela della FamigliaPatrimonio essenziale della Destra è riconoscere la Famiglia come nucleo centrale del corpo sociale, cellula base della più vasta comunità nazionale.
È la famiglia – sede primaria di formazione e sviluppo degli individui - il completamento principale di ogni relazione tra la Persona, la comunità e le Istituzioni.
In questo senso un rinnovato Stato sociale non può non tenere al centro delle sue considerazioni innanzitutto i corpi familiari con le loro funzioni storiche di tutela dei bisogni dei propri componenti, educazione e formazione primaria della generazioni future, nonché di sviluppo della società e procreazione dei propri figli, che devono essere adeguatamente incoraggiate e predisposte attraverso elementi normativi e di natura economica, anche al fine di invertire il trend di invecchiamento della nostra nazione.
Identità: la quarta “i” per la Scuola“[...] all'uomo è essenziale la coscienza dell'esser suo, quale la cultura umanistica può darla. E poiché gli è essenziale, questa coscienza è condizione, questa cultura è preparazione così alla vita come alla scienza: così al mondo delle relazioni civili e politiche come all'umbratile speculazione delle università. Senza siffatta coscienza non c'è moralità vera, intelligente, non c'è economia sagace, non c'è politica chiaroveggente; come non c'è la scienza [...]; la cultura che si richiede non può essere altro che educazione dello spirito "
Giovanni Gentile
Se certamente esprime un giudizio positivo verso i i tentativi di modernizzazione del sistema scolastico fatti nella passata Legislatura, noi vogliamo ribadire però come sia fondamentale far evolvere la scuola italiana in linea con quella tradizione gentiliana che ad oggi rimane un pilastro ineludibile per qualsiasi tentativo di riforma che voglia essere serio.
Se lo slogan fortunato che fu della Casa delle Libertà prevedeva le 3 “i” di inglese, internet e impresa come elementi centrali di un ragionamento modernizzatore per la scuola italiana, noi crediamo che vada oggi invece posto l’accento su una quarta “i”, quella di “Identità” che deve tornare orgogliosamente nei programmi scolastici e che non può più venir annientata dalla cultura post-sessantottina che vuole educare i nostri figli come individui sradicati, cosmopoliti e privi della conoscenza della propria storia e della propria memoria (autentiche basi su cui costruire con successo il proprio futuro) senza capacità critica in una scuola massificata che continua a rifiutare il merito come primo ed essenziale elemento di selezione e avanzamento negli studi.
Identità: a maggior ragione ribadiamo questo nostro pensiero nel momento in cui sempre più sono compagni di classe degli studenti italiani migliaia di immigrati e i loro figli.
Per voluta e decisa polemica ribadiamo qui la nostra assoluta contrarietà all’insegnamento del Corano o di qualsivoglia altra Religione diversa da quella Cattolica nelle nostre scuole, sperando che nessuno ne parli più nel variegato mondo del centro-destra.
In più crediamo sia doveroso introdurre l’obbligo di studiare la cultura e la civiltà giuridica del nostro Paese proprio al fine di non creare sacche di emarginazione tra gli studenti di culture e religioni diverse.
Pari opportunità tra generiL’altra metà del cielo è qui sulla terra. Sempre maggiore è il ruolo della donna, caricato di ulteriori responsabilità e oneri nella vita moderna. Il ruolo di donna-lavoratrice non ha sostituito ma si è sommato a quello della donna- madre, caricando l’universo femminile di problematiche e bisogni che lo Stato stenta a risolvere rendendo ben poco agevole la conciliazione dei molteplici, e a volte pesantissimi, compiti al cui svolgimento è chiamata la donna.
È doveroso e non più procrastinabile intervenire con politiche di sostegno a questi compiti, tanto nel mondo del lavoro quanto in quello dell’assistenza all’infanzia per le madri lavoratrici.
La Destra per un nuovo Stato sociale contro la negazione dei DirittiLa Destra è fautrice di una forte riforma del welfare che, lungi dal voler annullare il ruolo dello Stato nei settori in cui è fondamentale attore diretto, sappia però alleggerire il carico burocratico che ne continua a penalizzare l’efficienza, introducendo il concetto di sussidiarietà come sintesi e superamento dell’inutile scontro tra statalismo assistenzialista e smantellamento liberista, considerando entrambe queste posizioni anacronistiche e dannose ai fini della concreta applicazione dell’idea di solidarietà che pone sempre al centro del proprio agire la Persona e che è idea fondante propria della tradizione della Destra italiana ed europea.
Fermiamo l’avanzata delle nuove povertàMai come in questi mesi si è respirata negli ultimi anni un’aria di precarietà gelida.
È un clima che colpisce tutti: dal ceto medio che si vede sottratte le possibilità di consumo del passato alle fasce più deboli della popolazione che sono sospinte sempre più verso il baratro della povertà; dai giovani, eternamente precari e per nulla bamboccioni, con stipendi poco più che stagionali e comunque miseri che impediscono di “metter su famiglia”, ai cinquantenni che rischiano l’espulsione dal mondo del lavoro con l’unica certezza che rientrarvi sarà impresa titanica, fino agli anziani costretti a fare i conti con la dura realtà di pensioni da fame.
Sono quasi il 20% le famiglie italiane impoveritesi negli ultimi anni. L’impatto dell’Euro, la globalizzazione dei mercati, la delocalizzazione delle imprese, l’ingresso prepotente dei giganti economici d’oriente: tutto questo ha pesantemente innescato una crisi economica e sociale che rasenta il declino.
Nel gran dibattere tra conservatorismi di sinistra e deregulation liberiste, chi paga il conto sono i lavoratori italiani e le loro famiglie: con ridotte prospettive occupazionali, difficoltà a superare la terza settimana del mese e una tassazione eccessiva, ingiusta e ingiustificata.
La sfida dell’accesso ad un lavoro non da precariI giovani sono i più colpiti dalla piaga del precariato: se la Legge 30 ha senza dubbio favorito l’accesso al lavoro per centinaia di migliaia di giovani, è altrettanto vero che non è stata in grado di garantire né lavori qualificati e qualificanti, né – nella maggior parte dei casi – il prolungamento del rapporto di lavoro.
E soprattutto ha creato – tra le generazioni che si sono da poco affacciate sul mondo del lavoro – un diffuso senso di incertezza rispetto al proprio futuro.
Noi non riteniamo affatto che la Legge Biagi sia il “mostro da abbattere”: crediamo però sia necessario affiancarle altri pilastri per una maggior solidità del mondo del lavoro.
Si tratta innanzitutto di intervenire con incentivi fiscali estremamente vantaggiosi per quelle imprese che intendano trasformare il rapporto di lavoro occasionale e a progetto in un rapporto di lunga durata con prospettive di carriera e garanzie di sicurezza.
Inoltre è doveroso rivedere, alla luce delle nuove esigenze di una società moderna che fa i conti con i costi e la concorrenza del mercato globale, le vecchie figure contrattuali a tempo indeterminato, introducendone altre nuove, specifiche per chi deve fare il suo ingresso nel mondo del lavoro, che siano premianti e tutt’altro che penalizzanti per l’impresa.
In estrema sintesi: per La Destra assumere un nuovo giovane lavoratore non deve in alcun modo significare pagarlo di meno, ma al contrario deve costare meno in tasse e contributi di cui si deve fare carico lo Stato in un “Piano strategico di Lotta alla Disoccupazione”.
Sono tutte esigenze non rinviabili.
Una rivoluzione italiana per la SanitàA fronte di una spesa sanitaria esorbitante la qualità del “sistema sanitario” è davvero deficitaria, e spesso questo provoca in troppi ambienti l’idea di dover eliminare progressivamente il “pubblico”, considerato inefficiente, a vantaggio del “privato” che garantirebbe standard qualitativi migliori.
Noi al contrario (sicuri che in Italia non vada affatto ridotta la spesa sociale , ma vada invece bene indirizzata e qualificata) siamo convinti che – anche creando un rapporto virtuoso tra sanità pubblica e sanità privata, coinvolgendo Stato e Regioni – vada potenziato l’intero Sistema pubblico: intervenendo per rimuovere tutte le incrostazioni burocratiche, controllando fortemente le spese inutili e rimuovendo i deficit di sistema, ma sempre tenendo al centro della nostra visione il cittadino-paziente, garantendo in particolare ai non abbienti la possibilità di scegliere dove e come farsi curare.
In questo senso La Destra si batterà sempre perché chi non è nelle condizioni economiche per farlo privatamente possa comunque essere curato e assistito secondo criteri qualitativi e di eccellenza.
Tasse: pagare meno, pagare tutti"Spesso imposte troppo pesanti opprimono l'iniziativa privata, frenano lo sviluppo dell'industria e del commercio, scoraggiano i volenterosi" (perciò è necessario) "eliminare dalla legislazione certe disposizioni dannose ai veri interessi degli individui e delle famiglie, come pure al progresso normale del commercio e degli affari"
Papa Pio XII (2.10.1956)
Riteniamo urgente ed indispensabile rivedere in maniera drastica e radicale il sistema del prelievo fiscale in Italia. L’oppressione fiscale deprime i consumi, scoraggia gli investimenti e spaventa lo spirito di intrapresa. Non è giusto né equo che i lavoratori italiani lavorino 8 mesi per pagare un’innumerevole quantità di tasse e soltanto 4 mesi su un anno lavorativo vadano a beneficio delle loro famiglie.
È nostra convinzione che una riduzione drastica del prelievo fiscale ridurrebbe enormemente il numero degli evasori e porterebbe tutti a pagare ciò che è giusto con la consapevolezza di avere in cambio servizi e partecipare ad una grande azione di solidarietà nazionale.
I punti di riforma radicale della Destra sul prelievo fiscale:Per le famiglie:
se la famiglia è la prima forma comunitaria di organizzazione sociale è giusto considerare la ricchezza di una famiglia nel suo complesso e non attraverso il reddito dei singoli che la compongono:
a) introduzione del quoziente familiare complessivo
b) abolizione dell’ICI sulla prima casa per favorire l’acquisto dell’abitazione e non gravare sulle famiglie con un costo ingiusto su un bene che consideriamo un diritto per tutti
c) abolizione dell’imposta sulla successione, indipendentemente dal reddito e dall’eredità ricevuta
d) riduzione del numero delle aliquote e abbassamento del carico Irpef per tutte le fasce di reddito
Per il territorio:
chi come noi crede che le politiche di sviluppo debbano essere strettamente legate al territorio non può non considerare che si debbano unire virtuosamente due concetti:
a) una fiscalità differenziata per il Mezzogiorno e le aree a minor sviluppo economico industriale da applicarsi attraverso riduzioni fiscali che vadano a sostituire progressivamente il sistema degli incentivi
b) l’attuazione del cosiddetto federalismo fiscale secondo il principio giusto per cui automaticamente una considerevole parte del gettito rimanga sul territorio e venga in quel contesto amministrata e gestita
c) riduzione della fiscalità in quei Comuni che subiscono il problema dello spopolamento e dell’abbandono abitativo e imprenditoriale
Per le imprese:
oltre a quanto diremo più avanti, vogliamo sottolineare come una tassazione più equa favorisca lo sviluppo ed incentivi la crescita del nostro sistema imprenditoriale
a) abolizione dell’IRAP per le imprese artigiane, il commercio al dettaglio e le piccole e medie imprese
b) riduzione dal 33% almeno al 29% della Imposta sul Reddito delle Società (IRES) per le imprese interamente italiane
c) una nuova Legge Tremonti che porti alla detassazione quella parte di utili che le imprese – anche in consorzio tra loro e con enti pubblici e di diritto privato– investono in attività di formazione e ricerca
La Destra per l’intrapresa contro il declinoUna nuova politica industriale contro il suicidio mercatista
“L’ingegneria genetica della politica ha tratto dai due cadaveri eccellenti del comunismo e del liberalismo un nuovo Frankenstein: il mercatismo. Mercato unico, pensiero unico, errore unico. Perché la vita non si riduce al grafico del prodotto interno lordo. La felicità non si incorpora nella concorrenza.”
Giulio TremontiIl sistema Italia è in declino? La capacità del nostro sistema di imprese (piccole, medio-piccole, artigiane, familiari) è in grado di affrontare le tigri della globalizzazione, della concorrenza sleale fatta a danno, oltre che nostro, di centinai di milioni di sfruttati, sottopagati, ridotti quasi in schiavitù in qualche sperduta landa dell’estremo oriente? Le nostre imprese, giustamente costrette al rispetto e alla tutela dell’ambiente e dei propri lavoratori reggeranno ancora a lungo l’impatto con il capitalismo aggressivo dei paesi emergenti? Il volto moderno – dunque, industriale – della nostra nazione è destinato a lasciare il passo ad un’immagine del Bel Paese come una sorta di Disneyland archeologica e naturalistica in cui far pagare il biglietto al turista straniero o siamo ancora in tempo a rivoluzionare questo stato di cose? È questo o meno ciò che realmente gli italiani vogliono?
Noi siamo convinti sia necessario intervenire con vigore. E a farlo devono necessariamente essere le Istituzioni.
Sia chiaro, non siamo nostalgici di quando lo Stato produceva gelati e panettoni. Ma contemporaneamente non temiamo di essere additati come fautori dell’intervento di una concreta mano pubblica che sappia indirizzare l’invisibile mano del mercato con adeguate politiche industriali e fiscali di interesse nazionale. Non ci spaventa contraddire i dogmi in voga di questo provincialismo neoliberista, siamo in buona compagnia: anche il Presidente francese Sarkozy è stato accusato di “colbertismo” da qualche liberal di turno…
È nostra forte convinzione che la partita globale in atto vada ben oltre le dimensioni e le caratteristiche della libera concorrenza tra imprese. Dietro alla prepotente aggressività cinese in campo economico vi è l’azione diretta di uno dei peggiori leviatani della storia, l’apparato statale del capitalismo-comunista che ha trovato terreno fertile nella stupidità dei dogmi liberisti in voga in Occidente per mettere in campo le più spregiudicate forme di conquista economica che a memoria d’uomo possano essere ricordate. Ed è stato solo il battistrada per tutti quegli altri Stati, piccoli o grandi, autoritari o democratici che siano, dell’ex terzo mondo che si stanno facendo spazio grazie a un costo del lavoro e della produzione ridicolo rispetto agli standard occidentali, alla prospettiva di immensi guadagni per le multinazionali e all’insipienza delle classi dirigenti europee.
Al centro della nostra visione delle politiche industriali vi è l’interesse nazionale, che è poi anche l’interesse delle imprese italiane, delle famiglie, dei consumatori e dei lavoratori italiani. Tutti soggetti che soffrono la stessa mancanza di attenzione dei loro omologhi negli altri Stati dell’Unione Europea. E’ l’Europa tutta a doversi indirizzare in maniera diversa. Senza paure né timori reverenziali nei confronti di alcuno.
Per questo riteniamo che sia ora di cambiare rotta: le insufficienze che abbiamo sotto gli occhia sono state dovute in gran parte all’incapacità – o alla non volontà – da parte degli Stati europei e dei burocrati di Bruxelles di intervenire, anche in maniera diretta (in particolare sulle importazioni), per garantire e tutelare attivamente l’interesse degli Stati membri. Intervenendo con vigore, indirizzando le scelte interne, ponendo limiti e freni all’aggressività esterna.
Riteniamo doveroso, in materia di tutela del lavoro e della produzione nazionale ed europea:
- introdurre clausole sociali per l’importazione dai paesi extracomunitari a tutela di diritti dei lavoratori di quegli stati che siano equivalenti a quelli europei
- pretendere che siano rispettati nei paesi di produzione gli stessi obblighi a tutela dell’ambiente e della salute in vigore nell’Unione e ai quali sono soggette le nostre imprese
- non temere – di fronte a fenomeni di vero e proprio dumping – di applicare tassazioni sull’importazione
- rivedere drasticamente le politiche antitrust e anti-sostegno alle imprese da parte dell’UE, limitandole ai veri e propri casi in cui viene violata la lealtà della concorrenza attraverso la creazione di cartelli
Partecipazione, partecipazione, partecipazione: la Terza Via per la modernizzazione
“[...] contro il mercatismo e il mondialismo [...] sarebbe imperdonabile se la destra italiana non producesse nitidi e scanditi progetti di riforma economica del Paese, tanto più “rivoluzionari” quanto più alimentati dai filoni della propria tradizione (e vocazione) identitaria, comunitaria e sociale.”
Maurizio CastroNon poniamo pedissequamente un tema del passato, ma il tema decisamente nuovo, rispetto all’ottocentismo imperante, della partecipazione. E lo vogliamo porre – questo tema attualissimo, che viene da lontano – con il massimo vigore: nella convinzione che se ben proposto, capito e accettato esso potrà dare le risposte adeguate ai bisogni del nostro popolo.
Non vogliamo qui documentare l’ampia letteratura – presente nei filoni ideologici e politici più diversi – a sostegno delle nostre tesi, né fare un trattato di pura teoria economico-politica.
Ci basta in questa sede ribadire come forme mature di capitalismo non possano eludere - nel dibattito sulle ri-forme da attuare per lo Stato Sociale - questo tema.
La Partecipazione si accompagna ai temi della Responsabilità Sociale dell’Impresa e delle nuove forme contrattuali di lavoro con cui superare tutti i limiti attuali della diatriba tra lavoro a tempo indeterminato e lavori flessibili; inoltre,una riforma matura e partecipativa del sistema industriale potrebbe porre l’Italia nella condizione di superare definitivamente i difetti propri del nostro sistema di relazioni industriali, le malattie del nostro sistema imprenditoriale affetto troppo spesso dal familismo - e a volte da un nanismo incapacitante - per far affrontare con gli strumenti più adeguati la sfida globale, che è di fronte a noi, qui e oggi.
Portare nell’impresa i temi della corresponsabilità, della missione aziendale, della responsabilità sociale attraverso la partecipazione potrà dunque essere per il mondo del lavoro, per il corpo delle imprese e per quella parte di sindacato che intenderà confrontarsi liberamente su questo terreno, l’occasione giusta per un salto di qualità di tutto il sistema economico-sociale.
Non è nostra volontà obbligare alcuno all’introduzione di meccanismi partecipativi che vadano nel senso della democrazia economica, anche se l’auspichiamo fortemente, ma c’è sicuramente da parte nostra tutta la volontà di premiare – fiscalmente e attraverso forme di bonus – chi vorrà incamminarsi su questa strada.
Sul governo delle Societa’ controllateLe Societa’ controllate dal Ministero dell’Economia sono ad oggi ancora prive di un “timone” e di una regia organica. Eppure, lo ribadiamo, esse sono strategiche ai fini del posizionamento italiano nella competizione globale, hanno una portata ed una rilevanza notevoli, ed alcune tra loro rappresentano una vera e propria eccellenza (Finmeccanica e Fincantieri ne sono un esempio).
Da qui l’enorme responsabilità, derivante dall’assenza di una strategia complessiva in settori chiave:
è il caso di Enel ed Eni, che attraverso ricerca e realizzazioni hanno la missione di proporre soluzioni energetiche utili all'economia generale;
è il caso di Finmeccanica, che produce sistemi civili e militari per la difesa utili ad impieghi economici;
è il caso di Trenitalia e Ferrovie, che producono, o dovrebbero produrre, soluzioni infrastrutturali utili al trasferimento di merci e passeggeri ed al sistema produttivo in genere.
Complessivamente parliamo di circa 500 mila dipendenti con fatturato, utili rilevanti e quotazioni in borsa.
Ecco allora la straordinaria occasione per fuoriuscire dal declino: smettiamola di pensare che la parola magica per innescare nuovi virtuosismi sia “privatizzazione” e incominciamo invece a considerare il settore pubblico come il vero volano per il comparto privato, che, lungi dall’intralciare lbero mercato e concorrenza, abbia la missione di aprire e di favorire l'espansione produttiva privata, una sorte di apripista capace di tracciare e realizzare lo sviluppo trainando investimenti e iniziative private
A questo fine si può e si deve immaginare un’unità organizzativa presso il Ministero dell’Economia, unità gerarchicamente facente capo ad un soggetto politico (e comunque distinta dalla struttura del Direzione Generale del Tesoro) che continui a detenere la gestione patrimoniale delle azioni, con il compito specifico di sovrintendere e coordinare le partecipate e con lo scopo di:
1) Elaborare e realizzare una strategia complessiva alla quale si agganciano le singole strategie aziendali
e le azioni poste in essere per realizzarle
2) Operare per la massima valorizzazione delle partecipazioni
3) Verificare l’impatto sulla competitivà paese negli ambiti operativi delle partecipate
4) Svolgere benchmark internazionali su valore, reddito, tariffe, produttività
5) Verificare in un ambito di corretta separazione dei ruoli con il management qualità del management di
primo livello.
6) Costituire all’interno di tale unità un centro studi laboratorio – scientifico in grado di supportare le
singole aziende con analisi e predisposizione di scenari competitivi strategici.
Agricoltura come eccellenza nella sfida competitiva globale
L’agricoltura ha scandito tutta la storia dell’Umanità sino ad essere definita, almeno nel nostro paese, settore primario della economia. Con la nascita della Comunità Europea il settore primario ha perso quella che poteva essere definita la sua “sacralità” ( fu detto “un popolo senza agricoltura è un popolo senza futuro”) ed è diventato subordinato di settori più forti e maggiormente in grado di condizionare le scelte politiche. Una classe politica generalmente mediocre e priva di progettualità di ampio respiro non ha saputo capire il valore strategico dell’agricoltura accettando supina tutti gli indirizzi comunitari quasi sempre determinati da lobby di potere potenti ed invadenti e - tranne rare eccezioni - penalizzanti per la nostra agricoltura.
Non solo non vi è mai stata una opposizione seria contro gli indirizzi comunitari che penalizzavano il nostro settore ma, a volte, acquiescenza colpevole come nella storica vicenda dell’istituendo regime delle quote latte allorché il Ministro dell’Agricoltura dell’epoca accettò per l’Italia un regime di quote assolutamente penalizzante: all’Italia infatti furono assegnate quote pari solo alla metà del fabbisogno nazionale di latte comprimendo quindi l’enorme potenzialità del settore lattiero-caseario italiano.
Per completare il quadro nel quale si svolge la vicenda agricola del nostro paese è opportuno evidenziare il clima culturale - politico negativo nei confronti del settore primario ed al riguardo è significativo ricordare l’editoriale apparso nell’agosto del 2006 sul Corriere della Sera a firma di uno dei più noti economisti italiani nel quale si auspicava, senza plausibili motivazioni, la fine del sistema degli aiuti a sostegno dell’agricoltura nelle nazioni comunitarie per privilegiare l’esportazione di manufatti industriali verso i paesi del terzo mondo che avrebbero pagato con forniture di derrate alimentari.
Si è osato cioè proporre di sacrificare sull’altare della scarsa competitività di alcuni prodotti industriali nazionali l’intera filiera agricola italiana: una proposta semplicistica tesa a penalizzare l’agricoltura italiana che pure, ancora oggi, è un settore nel quale lavorano un milione e trecentomila addetti ed incide in modo rilevante sul PIL nazionale. Pochi hanno protestato contro quell’articolo e contro il clima che lo ispirava perché la nostra agricoltura è debole, divisa e, come suol dirsi, senza santi in paradiso.
Vi è bisogno di una presa di coscienza politica da parte degli agricoltori italiani sulle insufficienze della politica agricola in Italia, sulla sua debolezza, sulla assenza di strategie che la contraddistinguano.
Questo è il compito primario nel settore che La Destra, nel solco di una antica collaborazione e naturale simpatia con gli agricoltori italiani, si assume: riempire l’evidente vuoto creato dalla disattenta politica italiana nei decenni scorsi ed approntare una strategia della attenzione verso l’agricoltura ed i suoi innumerevoli ed annosi problemi.
A titolo esemplificativo indichiamo alcuni punti prioritari di una vera politica di destra che il nostro movimento intende perseguire:
1) La Destra deve indicare prima di tutto la necessità di una maggiore unità del mondo agricolo e deve auspicare che le storiche associazioni di categoria possano trovare l’accordo per una politica unitaria con la nascita di una sola organizzazione sindacale che darebbe più forza all’azione di sostegno degli interessi agricoli nel nostro paese e in sede comunitaria;
2) Nel merito La Destra intende farsi, in modo più propositivo e concreto, vessillifera di una politica di difesa della qualità del prodotto italiano, del made in italy, imponendo, tramite un accordo internazionale da raggiungere in sede di WTO, la lotta all’agropirateria che danneggia nel mondo soprattutto la nostra agricoltura ed i suoi prodotti di qualità più noti;
3) La Destra si batterà per la multifunzionalità in agricoltura proponendo una legislazione capace di dare agli agricoltori più concrete possibilità di integrazione al proprio reddito agricolo. Dopo la felice esperienza dell’agriturismo vi è da rendere più concreto e remunerativo, con una opportuna legislazione, l’apporto degli agricoltori alla tutela dell’ambiente.
Sono solo alcuni punti prioritari di una politica agricola nuova che vogliamo praticare in quanto sentiamo di dover fare ogni sforzo possibile per garantire la persistenza sul nostro territorio dell’attività primaria e del patrimonio culturale che il mondo agricolo possiede e trasmette nelle generazioni.
Il lavoro agricolo si svolge secondo il ritmo naturale delle stagioni, a contatto diretto con la terra su cui si vive e sulla quale hanno vissuto e lavorato gli antenati e questo rende di per se l’agricoltore un uomo naturalmente sensibile ai valori della destra politica.
Sarà compito della Destra ridare al mondo agricolo consapevolezza della propria forza, fiducia nelle istituzioni, l’orgoglio di appartenere ad una categoria senza la cui attività è inconcepibile l’esistenza di una ordinata vita associativa in un paese.
La Destra per l’autonomia energetica contro la schiavitù del petrolio: cercare l’alternativa al nucleareOggi è di gran moda parlare di ritorno al nucleare facendo leva su due aspetti della complessa questione dell’approvvigionamento e del fabbisogno di energia: da un lato le difficoltà e i costi dell’approvvigionamento dei combustibili fossili necessari e i rischi geopolitica connessi (non solo alla dannazione della schiavitù petrolifera, basti pensare al conflitto Russia vs Ucraina sul gas); dall’altro sostenendo la tesi – oggettiva – che i rischi di un disastro nucleare sono presenti anche in una nazione come la nostra che ne è priva ma che è circondata oltralpe da una rilevante quantità di impianti nucleari; il tutto condito con la suggestiva idea che produrre energia dal nucleare costi poco o comunque molto meno rispetto ad altre fonti.
Nell’illustrare i presunti vantaggi economici dell’energia nucleare ci si dimentica di dire però che:
a) tutta l’economia gravitante intorno al nucleare nel resto d’Europa si basa su sovvenzioni e privilegi: dall’esenzione fiscale dei combustibili nucleari ai crediti privilegiati;
b) la rimessa in funzione degli impianti italiani smantellati è pressoché impossibile e la costruzione di nuovi impianti prevede tempi assai lunghi rispetto ai bisogni attuali e tempi decisamente lunghissimi per rientrare nelle spese prima di avere benefici di natura economica relativi al costo dell’energia;
c) gli enormi investimenti necessari alla costruzione di impianti poco si adattano con la liberalizzazione dell’energia decretata in sede UE e recepita in Italia;
d) a questo si possono aggiungere almeno altri 5 buoni motivi per pensare di investire altrove denaro pubblico: dall’enorme fabbisogno idrico delle centrali nucleari all’impossibilità di smaltimento delle scorie che devono essere conservate centomila anni, dalla pericolosità legata ai rischi di terrorismo nucleare alla scarsa efficienza dell’utilizzo del calore residuo delle centrali nucleari per la co-generazione fino al rischio e alla valutazione degli effetti di una contaminazione anche bassa della radioattività sull’uomo e sull’ambiente.
Nel frattempo in cui l’indecisione regna sovrana e il dibattito si sterilizza sul pro o contro il nucleare, il peso della dipendenza da fonti fossili, per lo più straniere, cresce e l’impegno nello sviluppo delle risorse rinnovabili rimane una bella enunciazione di principio: il tutto a vantaggio delle lobby a danno degli interessi del nostro popolo.
La Destra è fortemente convinta che la strada maestra debba essere quella di uno sforzo straordinario di ricerca sulle fonti rinnovabili e contemporaneamente quello di favorire in tutti i modi la produzione da parte di una molteplicità di attori che agiscono a livello locale e su piccola scala basato sulla tecnologia esistente per la produzione di energie alternative.
La Destra per la libertà e la giustizia contro l’insicurezzaLa sicurezza come pre-condizione di Libertà e Giustizia
Di sicurezza se ne parla ormai sempre di più. È forse il problema principe di tutti gli italiani. Noi crediamo che sia necessario affrontarlo in modo forte e urgente. Facciamo attenzione: c’è chi da tempo tende a voler porre l’accento su un conflitto esistente tra le aspirazioni di libertà e i bisogni di sicurezza. Ma se la Libertà è un valore profondo al quale teniamo immensamente non è corretto contrapporla alla sicurezza, la quale, lungi dall’essere un valore in sé, è invece la pre-condizione assolutamente necessaria affinché tutti i cittadini possano sentirsi realmente liberi e parte di un sistema in cui regni la giustizia e non il caos.
In questa sede è necessario notare come troppo spesso il problema della criminalità (se non del terrorismo) ha una fortissima attinenza con i problemi dell’immigrazione, in particolare clandestina.
La Destra, che ama la Libertà e si batte per garantire sicurezza alla vita dei propri connazionali ha presentato un “Pacchetto Sicurezza” con le seguenti 7 proposte:
1) restituire autorevolezza alle forze di polizia reintroducendo il reato di oltraggio
2) stop alle condanne in comodità con scarcerazioni facili legate all’affidamento ai servizi sociali
3) rilevazione delle impronte digitali per gli stranieri con permesso di soggiorno per evitare le false
generalità
4) numero chiuso nelle città agli stranieri - previa applicazione di una direttiva comunitaria sui loro
doveri praticamente ignorata - che non sono in grado di dimostrare come mantengono se stessi e la
loro famiglia (e’ specialmente il caso delle comunità rom) ed espulsione dal territorio nazionale
5) divieto di indossare il velo nelle scuole
6) le moschee si edificano solo se c’e’ il nulla osta del Viminale, non può più bastare l’autorizzazione del
sindaco
7) come i sacerdoti italiani predicano in altri paesi nelle lingue locali, anche in Italia deve accadere che
i sermoni e le preghiere vadano pronunciati in lingua italiana quando non codificati in testi riconosciuti.
Oltre a questo vogliamo che lo Stato si impegni a risolvere due virulente piaghe sociali che stanno toccando la nostra terra, e che in ambiti territoriali diversi rappresentano una vera e propria sensazione di insicurezza per la nostra gente: il racket, che si percepisce molto di più nel meridione (con tutto ciò che comporta in termini di limitazione alle iniziative di impresa e radicamento della criminalità organizzata), e il fenomeno crescente dei furti e delle rapine, nelle case e negli esercizi commerciali, prevalente invece nel nord dell’Italia.
Non ci si può limitare a denunciare il fenomeno criminalità, bisogna contrastarlo e combatterlo con tutti i mezzi, compreso, se serve, l’invio dell’esercito in quelle zone dove la criminalità organizzata sta riguadagnando terreno.
Storie di ordinaria in-GiustiziaLa situazione della Giustizia in Italia è ormai prossima al collasso.
Nel settore civile ci sono circa quattro milioni di cause pendenti, oltre la metà da almeno tre anni, e le pendenze non accennano a diminuire. In media occorrono per la sentenza di primo grado almeno tre anni, ulteriori quattro anni per il giudizio di appello ed almeno tre anni per la Cassazione.
Nel penale le Procure della Repubblica sono intasate di fascicoli ed una buona parte di procedimenti si esaurisce con la prescrizione del reato. Nessun effetto deflativo ha avuto l’indulto che naturalmente ha agito sulle pene derivate da procedimenti ormai esauriti e non sui procedimenti pendenti, aggravando invece la situazione per nuovi processi a carico di chi, avendo usufruito dell’indulto, ha violato regole comportamentali ed è tornato a delinquere.
In termini di Giustizia sostanziale è evidente che un processo civile lungo e defatigante ostacola chi ha ragione, mentre un processo penale che si esaurisca nella sostanziale impunità non serve certo allo scopo primario: quello di proteggere la collettività dal crimine reprimendo chi si pone al di fuori delle norme dell’ordinato vivere civile.
La Destra rivendica la puntuale attuazione dell’articolo 111 della Costituzione, con un processo giusto, vicino alle esigenze del singolo cittadino ma attento alla protezione della collettività.
In materia penale si deve dare piena attuazione alla separazione delle carriere dei Magistrati, tra giudicanti e requirenti, ipotizzando anche la possibilità di sottrarre l’ufficio del pubblico accusatore, almeno nella fase strettamente processuale, alla Magistratura togata per affidare la difesa dello Stato a dei difensori di professione, esaltando in tal modo la terzietà del Giudice.
Nel civile bisogna assolutamente riservare al rito ordinario solo le controversie di maggiore rilevanza mentre le controversie minori debbono essere affidate a strumenti alternativi di conciliazione ed ad organi giudicanti anche non togati.
Nel diritto sostanziale penale vi è necessità di una profonda revisione dei codici con l’eliminazione, nel penale, di tutta quella serie di reati di opinione, anacronistici quanto ingiustificati; evidenziando i reati di maggior allarme sociale, con pene adeguate e con strumenti di esecuzione pena che la rendano effettiva.
Nel civile è necessario uno snellimento delle norme con l’eliminazione della pletora di riti, oggi venticinque, che danneggiano la organizzazione degli uffici e rendono lungo e faticoso il processo.
Infine bisogna destinare a tutto il settore risorse adeguate sia in termini di personale che di organizzazione ed automazione degli uffici, consapevoli che ogni singolo euro ben investito nel settore giustizia rende - in termini di qualità del vivere civile - cento volte tanto.
Immigrazione, clandestinità e cittadinanza
Se il problema dei grandi flussi migratori non si riduce esclusivamente alla questione sicurezza, è altrettanto vero che gli effetti immediati dell’impatto migratorio vengono avvertiti dalla popolazione italiana principalmente su questo terreno: in particolare è un problema dei grandi centri urbani, delle periferie che tendono ad essere sempre meno italiane e sempre più abitate da comunità straniere, spesso provienti dal medesimo Paese o zona d’origine che danno l’idea a chi lì vive e risiede da sempre di essere quasi “straniero a casa propria” e colonizzato nella sua quotidianità. Il rischio di una convivenza difficile, magari in zone disagiate ed emarginate, è quello di veder sorgere in tempi anche brevi una “guerra tra poveri”.
È dovere della politica prevenire queste situazioni prima che possano tramutarsi in conflitti veri e propri quali quelli a cui abbiamo assistito televisivamente scoppiati nelle banlieue parigine.
Un concetto di fondo a cui ci ispiriamo è quello per cui nella nostra terra dobbiamo offrire ospitalità esclusivamente a chi se la merita e soltanto quando possiamo permetterci di farlo senza mai andare a turbare l’ordine sociale ed economico delle nostre città, facendo tutti gli sforzi possibili affinché esse non modifichino il loro volto apparendo città di altri paesi del mondo, perdendo irreversibilmente la loro identità.
Poniamo al centro del nostro discorso la difesa e l’affermazione dell’Identità italiana, che va difesa e affermata nella consapevolezza che sia possibile “aprirsi” a condizione di “non perdersi”: sapendo che stiamo parlando di un dramma complessivo che causa sradicamento per chi è costretto ad emigrare, impoverimento nelle terre d’origine e crescita di fenomeni criminali legati al grande business che accompagna il dramma dell’immigrazione specie clandestina.
In questo senso, oltre a quanto già esposto nel “pacchetto sicurezza” intendiamo sottolineare i seguenti punti meritevoli di attenzione:
1) limitare in modo drastico l’ingresso in Italia di persone provenienti da paesi extracomunitari, per almeno due anni e comunque fino al momento in cui non si sia fatta una mappatura completa del fenomeno migratorio e delle presenze sul territorio nazionale e della loro origine
2) bloccare ogni nuova sanatoria che preveda la regolarizzazione di chi si trova in Italia in stato di clandestinità e dichiarare “reato” l’ingresso clandestino sul territorio nazionale per il quale viene decretata l’immediata espulsione; applicare le disposizioni di legge sulla Riduzione in schiavitù a chi si presta a far entrare illegalmente persone sul territorio nazionale e a chi le sfrutta; ricondurre il diritto di asilo alle sue originarie motivazioni;
3) predisporre una legge che preveda il blocco dei ricongiungimenti familiari per l’immediato futuro e che successivamente li limiti al coniuge regolarmente riconosciuto dalle leggi di entrambi i Paesi e ai figli minorenni di ambedue i coniugi
4) istituire una sorta di “Carta di soggiorno a punti” dalla quale scalare un punteggio ogni qualvolta viene commesso un reato commisurato alla gravità, colposa o dolosa, del reato stesso, al cui esaurimento viene prevista l’espulsione
5) istituire accordi con tutti i paesi di origine per cui la pena detentiva per reati gravi commessi in Italia viene scontata nel paese d’origine senza peggiorare la situazione delle carceri italiane e senza gravare economicamente sul bilancio dello Stato
6) impedire ogni tentativo – da qualsiasi parte provenga – di permettere l’esercizio del voto alle amministrative sancendo che esso è facoltà esclusiva dei cittadini italiani
7) mantenere vigente l’attuale periodo minimo per la richiesta della cittadinanza italiana contro qualsiasi tentativo di abbassarne la soglia di tempo prevista, e al contempo dichiarare esplicitamente che, per fatti gravi e comprovati motivi, la cittadinanza sia revocabile qualora non sia stata acquisita per nascita.
La Destra per rivoluzionare la Politica contro l’immobilismo di castaPer una democrazia di partecipazione: il riconoscimento giuridico dei partiti
Il dibattito sollevato dalla recente riforma della legge elettorale sembra tralasciare un aspetto assolutamente fondamentale nella vita democratica della Nazione: quello garantito dall’articolo 49 della Costituzione che recita testualmente che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».
Questo principio risulta largamente disatteso nelle legislature che sono alle nostre spalle e merita di essere riportato alla luce proprio in alternativa o almeno in parallelo al rituale dibattito sul sistema elettorale.
Nessun sistema elettorale sarà mai considerato perfetto se non si risolverà alla radice il problema rappresentato dalla democrazia interna ai partiti, che il costituente affidò inascoltato al legislatore ordinario.
È da comprendere la scelta «morbida» della Carta costituzionale: chi ha avuto modo di leggerne gli atti ricorderà la forte opposizione all’introduzione di una ulteriore norma che obbligasse i partiti a rendere pubblici i bilanci. Ma erano gli anni dei finanziamenti incrociati e opposti, provenienti da oltrecortina e dal oltreoceano, alle forze politiche della Prima Repubblica.
I tempi recenti, seguiti all’approvazione e all’applicazione della vigente legge elettorale (ma il tema delle oligarchie che decidono le candidature ha lo stesso difetto nei sistemi maggioritari), testimoniano eloquentemente la validità di quanto affermiamo.
L’ultima campagna elettorale, con la definizione delle cosiddette liste bloccate ha provocato autentiche lacerazioni nelle forze politiche.
Molte critiche hanno riguardato l’assenza di qualunque rapporto tra radicamento territoriale e liste elettorali e mancato coinvolgimento delle classi dirigenti locali dei partiti politici.
Occorre riflettere sulle cause, non sugli effetti del problema. E la causa sta proprio nella mancata attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. Accadeva lo stesso con i collegi del sistema maggioritario e con le cosiddette candidature catapultate nel territorio.
È evidente che non sono sufficienti le norme interne ai partiti che pur meritoriamente hanno dato vita a organismi di garanzia e di disciplina interni. Ma sono istituti che possono tutelare la lesione dei diritti degli iscritti nel momento in cui essi – come tutti sanno – sono nominati proprio da quanti dirigono le stesse forze politiche?
Se l’elezione o qualunque nomina dipendono dal vertice del partito e non dal cittadino o dalla democratica decisione degli iscritti al partito in cui si milita, sarà un tutt’uno mantenere fedeltà verso l’autorità nominante e non al mandato ricevuto.
È dunque il momento di passare dalla democrazia dei partiti alla democrazia della partecipazione!
I partiti restino lo strumento principale finalizzato al dispiegamento della sovranità popolare, ma il rischio di deriva oligarchica comporta il rischio dell’esatto contrario.
Ha scritto don Sturzo: «La democrazia parlamentare è inseparabile da partiti liberi, organizzati democraticamente, qualificati da idealità specifiche e chiari programmi, che consentono ai cittadini di concorrere attivamente alla determinazione della politica nazionale».
Va dunque rivitalizzato il patto tra cittadini e partiti. I primi finalmente sovrani, i secondi non più «arbitri del tutto arbitrari» della politica. Gli stessi statuti vanno resi pubblici, condizionando l’erogazione del finanziamento ai partiti al rispetto delle norme che liberamente e in ossequio alla legge si danno.
Hanno ragione quanti sostengono che una democrazia senza partiti non è auspicabile. Ma proprio perché non avvenga l’opposto, ovvero partiti senza regole che negano la democrazia, è bene pensare a nuove forme di partecipazione, offrendo finalmente al singolo iscritto la possibilità di contare sulle scelte della struttura a cui liberamente aderisce.
Presidenzialismo senza se e senza maÈ la grande storica battaglia storica - da sempre - della Destra italiana.
Ed è una battaglia di partecipazione.
In un clima in cui a farla da padrone sono gli inviti all’anti-politica e il processo (a volte decisamente giustificato) ad un sistema colpevole soprattutto di indecisione e che continua a vivere lontano dal popolo è indispensabile che gli organi di governo acquisiscano un rapporto più forte con la sovranità popolare, per far sì che il loro potere decisionale sia legittimato e possa dunque essere esercitato.
Basta con il tabù che dalla nascita della costituzione in poi ha mantenuto in vita una democrazia esclusivamente basata sul compromesso ideologico del parlamentarismo puro: è ora di restituire agli elettori la piena possibilità di decidere da chi, e non da cosa, vogliono essere governati.
Per questo riproponiamo il grande tema dell’elezione diretta popolare del Presidente della repubblica, che come nelle democrazie occidentali che dimostrano di funzionare, abbia il compito di indicare al Paese le linee guida e gli indirizzi politici, ponendosi a capo del Governo.
Non ci piacciono altre ipotesi sullo stile del premierato o del semi-presidenzialismo, anche se possono sicuramente essere considerate migliorative rispetto allo sfacelo attuale della democrazia parlamentare. Siamo convinti che anche in questo caso la politica abbia bisogno di una cura radicale che accompagni ad altre riforme da attuare (riduzione numero dei parlamentari, eliminazione del bicameralismo perfetto, riduzione per legge del numero di ministri e sottosegretari) la grande innovativa riforma presidenzialista.
Inoltre solo attraverso un sistema “presidenziale” forte si potrà continuare a parlare di Federalismo e devoluzione avendo garantiti i principi della Unità e Solidarietà nazionali.
La “preferenza” contro le oligarchieLa riforma della legge elettorale ha scatenato notevoli polemiche, soprattutto in merito alla presentazione di liste bloccate che impedivano agli elettori di scegliere chi volevano eleggere.
Noi ribadiamo che anche il sistema maggioritario uninominale già di fatto impediva questa scelta, e troppo spesso gli elettori si sono trovati a decidere seguendo la logica del “meno peggio”.
Proprio per questo ora è necessario ribadire un sacrosanto principio della convivenza politica: che il mandato parlamentare lo devono conferire in via esclusiva gli elettori e non le segreterie e le oligarchie di partito. Per questo vogliamo dire con forza che – seppure possa comportare rischi di “voti di scambio” e aumento dei costi per le campagne elettorali (cose tutte che però sono rimaste in vita anche dopo il ’92 con qualsiasi sistema elettorale…) – è obbligatoria la scelta radicale della reintroduzione della preferenza per le elezioni politiche.
A queste battaglie La Destra vuole aggiungerne altre che restituiscano un senso etico all’impegno politico e vadano nella direzione di riorganizzare l’assetto statale riducendone i costi esorbitanti e immorali:
1) Istituire una commissione apposita per censire e sopprimere le centinaia di enti inutili che continuano
ad oberare di costi il sistema politico, attuare concretamente la riduzione del numero degli
amministratori di tutti gli enti e società pubbliche o partecipate
2) Abolire le Province, veri e propri carrozzoni inutili e demandare a Comuni e Regioni i compiti che
attualmente hanno; abolire le Comunità montane;
3) Incentivare l’unificazione in un solo Ente locale di tutti i piccoli comuni territorialmente contigui
attraverso superbonus fiscali ai contribuenti dei Comuni che si accorpano; rendere obbligatorio per
Legge l’accorpamento dei servizi dei piccoli Comuni.
La Destra per un’Europa forte e un Mediterraneo sicuro contro il disordine mondialeLa Destra è consapevole che il proprio patriottismo oggi si esplica in virtù della forza e dell’autorevolezza che l’Italia deve saper costruire negli ambiti internazionali in cui è inserita.
Il cuore della politica estera italiana per la Destra non può che essere la difesa dell’interesse nazionale in relazione al contesto geopolitico in cui l’Italia è inserita: l’Europa e il Mediterraneo.
Solo attraverso un’Europa forte che sappia porsi come interlocutore principale nel pianeta si potranno arginare e scongiurare i rischi di un conflitto di civiltà che sembra emergere ogni giorno di più tra le pieghe del terrorismo e il disordine mondiale oggi imperante.
L’Italia, parte integrante e attiva di un’Europa che non vuole (più) essere solo unione economica, monetaria e finanziaria, ma deve aspirare a trovare comuni linee guida della propria politica estera, potrà svolgere – per il suo particolarissimo contesto geografico – il ruolo di nazione-ponte verso il Mediterraneo.
La Destra ribadisce il suo impegno contro ogni possibile focolaio di fondamentalismo, culla del terrorismo di matrice islamista, in ogni angolo del mondo al fine di creare un modello di ordine nel mondo atto a garantire giustizia, prosperità e armonia tra popoli e nazioni diverse.
È tempo che l’Italia e l’Europa sappiano assumersi un ruolo realmente attivo e da protagonisti nel contesto internazionale, nel quadro delle Alleanze di cui sono parte, in primo luogo la Nato. Ma, come ha recentemente ribadito il Nicolas Sarkozy, essere “alleati non vuol dire allineati e bisogna sentirsi perfettamente liberi di esprimere il proprio consenso come il proprio dissenso, senza compiacenze né tabù.”
Noi concordiamo pienamente con il senso di questa frase del Presidente francese, ma proprio perché questo senso non resti lettera morta, consapevoli che la politica estera di uno stato deve essere improntata molto più al pragmatismo che non esclusivamente a riferimenti ideologici e culturali, crediamo che vadano coordinate sempre più le politiche degli Stati membri dell’Unione Europea nella direzione di:
- creare un forte esercito europeo e aumentare considerevolmente gli stanziamenti per la difesa capace di assumersi in toto responsabilità nei possibili conflitti futuri
- impegnarsi a prevenire il radicamento dell’estremismo islamista nei paesi del Mediterraneo attraverso politiche di sostegno allo sviluppo capaci di rimuovere gradualmente ma vigorosamente la povertà e l’emarginazione
- creare una Unione del Mediterraneo (in cui l’Italia potrebbe giocare un ruolo di primissimo piano) che non sia soltanto luogo di scambio di beni e merci ma luogo concreto durevole dove sviluppare il dialogo politico e culturale emarginando gli estremismi fondamentalisti e incoraggiando le forze politiche della modernizzazione affinché possa prevalere anche nei Paesi islamici la cultura del dialogo e dell’apertura alla diversità.
E tutto questo con la certezza che l’amore profondo che nutriamo per l’Italia, per il nostro Popolo, per la nostra Civiltà e per la nostra Storia sia davvero il sentimento più grande che la nostra Comunità politica - La Destra, in cui da oggi riponiamo tutte le nostre speranze e i sogni di cambiamento - possa esprimere.
Assemblea Costituente per La Destra – Roma - 10-11 novembre 2007